IL Pèlis FORTIFICATO: alla scoperta delle opere fortificate lungo il corso del fiume

Sono numerose le opere fortificate che si affacciano sul corso del Pellice, soprattutto in alta valle, ove questo è un tortuoso torrente.

I seguenti testi e immagini sono tratti dall’Atlante delle Opere Fortificate, dove possono essere rinvenute maggiori fotografie e l’ubicazione precisa – www.atlanteoperefortificate.it

Il primo, già menzionato, è l’antico Forte Mirabuc.

Oltrepassato l’abitato di Villanova, risalendo verso la Conca del Pra, si giunge alla località Mirabouc, nel punto esatto ove la carrozzabile incrocia il sentiero che sale direttamente dall’abitato di Villanova. Con un’osservazione attenta può ancora scorgersi, sulla roccia a monte, la scritta rossa ormai sbiadita che indicava l’esistenza del Forte Mirabouc, del quale, alzando lo sguardo, si distinguono i resti del bastione più basso.

Il forte fu edificato, a quota 1420 metri s.l.m., probabilmente intorno all’anno 1565 su ordine del duca Emanuele Filiberto di Savoia e di Sebastiano Grazioli di Castrocaro, governatore della Val Pellice per conto del duca, non tanto al fine di impedire un’invasione francese, bensì allo scopo di affiancare il Forte Santa Maria nel prevenire, impedendoli, i contatti tra i valdesi delle valli Pellice, Angrogna e Germanasca con i correligionari del Quéyras. Ci narra, infatti, il Rivoire, come anche Guglielmo Rorengo, nelle sue “Memorie historiche”, parlando dell’edificazione del forte, sottolineò come “Per contener meglio in ubbidienza il popolo, si fè edificare il forte di Miraboc vicino al confine del Delfinato, che serra il passaggio a valle”.

L’edificazione del forte, quindi, porta con sé una pluralità di motivazioni. Dopo il trattato di pace tra Francia e Spagna del 1559 a Cateau-Cambrésis, il duca di Savoia rientrava in possesso di buona parte dei territori che furono dei suoi antenati e aveva la necessità impellente di “costruire uno Stato”. Per far ciò, l’esigenza primaria era erigere un sistema di fortificazioni che ne permettessero la difesa dall’esterno ed il controllo dell’ordine interno.

Nel descrivere il forte, Teofilo Pons, in un suo studio, sottolinea che “l’aspetto del fortino era d’una certa imponenza e la sua pianta era di forma geometrica poco regolare, con l’angolo sporgente più marcato in direzione nord, verso il selvaggio dirupo roccioso incombente”.

Il forte, infatti, era costituito da una struttura pentagonale leggermente irregolare a causa della conformazione del picco roccioso su cui si trovava. Le due porte d’accesso, turrite e quadrangolari – Porta di Francia e Porta di Piemonte – erano situate ai due angoli del forte, con due rispettive torri a sovrastarle e proteggere i ponti levatoi d’accesso, su cui transitava la strada che passava, quindi, all’interno del forte.

La prima caratteristica che sarebbe saltata all’occhio, consisteva nella forma pentagonale, decisamente innovativa rispetto ai castelli medievali. Nei decenni a venire, le strutture fortificate verranno idealizzate e realizzate in forma poligonale e con la creazione di vertici e spigoli allo scopo di infrangere l’azione degli assedianti e migliorare il tiro d’artiglieria su questi. Nel Mirabouc si vede chiaramente come il vertice a spigolo del pentagono venne rivolto verso il costone della montagna. Ciò, tuttavia, aveva verosimilmente il solo compito di proteggere la struttura da eventuali valanghe, frequenti a quell’altitudine su costoni di roccia pendenti come quello dirimpetto il forte.

Per il resto, la struttura, come si evince dal disegno tratto dal volume di Teofilo Pons, che Giorgio Ponzio ritroverà agli Archivi di Stato, ricorda ancora un castello medievale con dei meccanismi di difesa che paiono delle caditoie, particolarmente efficaci in un contesto ristretto e austero in cui l’assediante aveva poco spazio a disposizione per attaccare.

Per il rifornimento idrico, pare che il forte fosse collegato al fiume attraverso una scalinata coperta, mentre all’interno delle mura erano presenti gli alloggiamenti, una cappella e le prigioni ed all’esterno si rinvenivano il cimitero ed alcuni baraccamenti. In realtà, il collegamento al fiume attraverso una scalinata coperta è desunto dal Pons sulla base di taluni disegni. D’altra parte, vista anche la pendenza dello strapiombo roccioso, pare più verosimile che il collegamento scalinato si riferisse ad una cisterna interna al forte, fatta realizzare e modificare più volte nel corso degli anni, come ben illustra Giorgio Ponzio in un suo studio. Qui, infatti, vengono menzionati documenti da cui più volte risultano esservi stati finanziamenti e/o opere di manutenzione inerenti la cisterna del forte e addirittura, nonostante i vari disegni raffigurassero una sorta di acquedotto, Ponzio ha brillantemente concluso, attraverso l’analisi della documentazione d’archivio, che soltanto nel 1680 vi fu l’assegnazione dei lavori per la realizzazione di un pozzo. Tale pozzo, fece sì che “dopo un non realizzato progetto d’acquedotto, attraverso l’uso provvisorio di una cisterna, a 111 anni dal probabile inizio dei lavori di costruzione e ad 88 anni dal primo progetto del Soldati, finalmente il Mirabocco poteva disporre di un sicuro rifornimento d’acqua.”

Come detto, funzione principale della struttura non era la difesa del confine, per cui sarebbe stato inidoneo vista la collocazione al di sotto di alture che avrebbero ben potuto agevolare il tiro dall’alto di un eventuale assediante, bensì il ruolo di vedetta e monito per le popolazioni valdesi sottostanti. Ma, come si avrà modo di spiegare, il ruolo che più segnerà la memoria collettiva del Mirabouc sarà quello di prigione.

Dopo la sua costruzione, tuttavia, si registrò la prima vera azione bellica del Mirabouc, assediato… proprio dai conti di Luserna che lo fecero erigere! Nel 1582, infatti, il governatore della Val Pellice, Sebastiano Grazioli di Castrocaro, divenne un locale don Rodrigo, facinoroso ed incontrollabile nella sua opera di taglieggiamento della popolazione. Carlo Emanuele I di Savoia, preso atto dell’impossibilità di gestire il Castrocaro, rifugiatosi al castello della Torre di Lucerna, ordinò al conte Emanuele Filiberto Manfredi di Luserna di espugnare tale castello e destituire il Castrocaro; ciò, mentre il fratello Carlo Francesco Manfredi riconquistava anche il Mirabouc, comandato da tal Carlo Pagliazza di Cuneo. Curioso l’episodio della riconquista: il Manfredi, preso atto dell’impossibilità di attaccare il forte senza artiglieria, condusse con sé pochi uomini, fingendo di voler solo conferire con il capitano per comunicargli l’ordine del Savoia di consegnargli il forte; il capitano, ottenuto un salvacondotto, uscì a parlare col Luserna e “questi, accarezzandolo e tenendolo sempre con la sinistra, mentre nella destra aveva il pugnale, riuscì, a dispetto delle minacce dei soldati, a penetrare nel forte che subito occupò senza difficoltà a nome di Carlo Emanuele I di Savoia”.

Furono poi i francesi, dieci anni più tardi, ad espugnare il Mirabouc, quando, in seguito alla discesa dal Monginevro del Lesdiguières e della sua conquista della Val Chisone, del Forte di Perosa, della Val Pellice e del Forte Santa Maria, anche il Mirabouc, presidiato dal comandante Giacomo Soldati, cadeva, in data 4 ottobre, per mancanza di rifornimenti di acqua.

Il forte rimase, poi, per 35 anni sotto il controllo dei duchi sabaudi e divenne, tra l’altro, un posto di pedaggio istituito dai Luserna sui passaggi tra la Val Pellice ed il Queyras. Ciò risultò eccessivo per le popolazioni d’oltralpe, che inviarono due rappresentanti, nel 1612, a Luserna e Torino.

Nuovo passaggio di mano ai transalpini avvenne nel 1630 con le guerre per la successione del Ducato di Mantova, quando le truppe del Richelieu, dopo aver conquistato il Forte di Bricherasio assediandolo da Pinerolo, ordinò alle truppe del Queyras di scendere dal colle della Croce ed espugnare il Mirabouc; ciò avvenne nella primavera dello stesso anno, ma già con l’armistizio di Cherasco del 6 aprile 1631, la Val Pellice tornava ai Savoia e con essa il Mirabouc.

Da qui in poi, per oltre un secolo, il Forte fungerà da prigione e da ricovero per le guarnigioni inviate per contrastare la guerriglia valdese del Janavel. Sono da segnalarsi, inoltre, la visita di Vittorio Amedeo II nel 1686, ospite del comandante Emanuele Cacherano d’Osasco, nonché la successiva assegnazione del forte alla gestione delle truppe valdesi nel 1690, dopo la riconciliazione tra il ducato ed i barbetti, che manterranno la funzione penitenziaria della struttura per la delinquenza comune ed i disertori.

Degna nota di menzione per il Mirabouc si ha allorquando, nell’ambito della guerra di successione spagnola che vide i franco-ispanici assediare Torino nel 1706, i francesi non riuscirono ad assediare con profitto il forte della Val Pellice. Infatti, dopo un tentativo intrapreso nel 1704, gli invasori, guidati dal generale La Para, furono costretti a desistere, vista la impossibilità di trasportare l’artiglieria necessaria ad un assedio a causa della strenua resistenza della guerriglia delle truppe locali.

Il forte rimase in mano ai francesi del capitano Bermond e poi del capitano Hérbert, sino a quando, dopo l’attacco diversivo dei sabaudi verso Grenoble ed il ripiego oltralpe delle truppe francesi, i forti vallivi vennero rapidamente riacquisiti dai ducali, che espugnarono il Mirabouc il 6 luglio 1595, con l’importante aiuto della popolazione locale e l’utilizzo di tre cannoni. Questi, portati sino a Villanova dai valdesi di Bobbio Pellice, indussero i francesi, benché forti di 300 fucilieri e 5 cavalieri, ad arrendersi.

Con il ristabilirsi del dominio sabaudo in seguito al trattato di Utrecht, il forte riprenderà la sua regolare funzione detentiva, sino a che, l’8 maggio 1794, alcune truppe rivoluzionarie francesi, circa 600 uomini, guidate da Vittorio Balthazar Caire-Morand di Briançon, scesero in Val Pellice dal colle della Croce e dalla Comba dell’Urina, espugnando il Forte e scendendo sino a Bobbio e Villar Pellice, per essere fermate dai piemontesi all’altezza del rio Rospart e ricacciate al Mirabouc ed al colle Barant. Quella fu l’ultima azione bellica del Forte, che venne demolito e lasciato in rovina dai rivoluzionari francesi nel corso della ritirata. Era l’11 settembre 1794.

Come detto, oggi rimangono pochi resti della struttura, ma sono ancora ben visibili un paio di muretti e la base di una delle torri circolari che componevano il bastione più basso del forte. Questi, oltre che preservati il più possibile, andrebbero certamente rivalorizzati e reclamizzati con idonea segnaletica e cartellonistica, volta ad indicarne quantomeno la presenza ai numerosi escursionisti che risalgono l’alta valle.

Per raggiungere il luogo ove imperava il forte, occorre risalire l’alta valle sino alla fine della strada, in Villanova. Qui, lasciata l’auto, si può prendere il sentiero che parte dalle case dell’abitato, ovvero percorrere la carrozzabile che sale a monte di Villanova. Dopo circa mezz’ora di cammino, nel punto in cui il sentiero e la strada si incrociano, ci si trova in località Mirabouc. Qui, guardando alla roccia accanto alla strada, si potrà notare la scritta che contrassegna l’esistenza del forte e con un po’ di attenzione si potranno scorgere i resti della fortificazione che fu protagonista delle vicende appena riassunte.

Appena più a valle, le opere fortificate cambiano decisamente aspetto, figlio del fatto che trattasi di opere del novecentesco Vallo Alpino. Parliamo delle strutture del Caposaldo Villanova, inserito nel Settore VI Pellice-Germanasca.

La costruzione dello sbarramento di Villanova subì numerose indecisioni, ritardi e ripensamenti da parte dell’Amministrazione Militare durante la fase di progettazione delle opere e delle sistemazioni difensive. Si incominciò a parlare di “opere difensive da costruirsi nella zona di Villanova Pellice a sbarramento delle provenienze dal colle della Croce e dalla valle Crosenna”, nel 1936. Vennero effettuati alcuni studi sul posto che si tramutarono in progetti particolareggiati. Il progetto comprendeva 7 opere in caverna tipo circolare 200 disposte a semicerchio dalla dorsale del Courbarant alle pendici occidentali della Val Crosenna. L’armamento totale di queste opere era di 12 mitragliatrici.

Lo Stato Maggiore bocciò lo studio chiedendo ai progettisti di andare a verificare sul posto se vi era il rischio di discesa dal confine di carri armati, prevedendo nel caso affermativo una adeguata difesa anticarro. Quando tutti furono d’accordo che il progetto primitivo andava bene, erano passati 2 anni e lo Stato Maggiore sospese i lavori, preferendo impiegare il poco denaro a disposizione in altre zone ritenute più a rischio.

L’Opera 1 e l’edificio con lo scudo della G.a.F.

Lo sbarramento di Villanova fu quindi costruito in tutta fretta nel 1940: visto il grave ritardo, si preferì costruire le opere con la tipologia 7000 senza prevedere alcun adeguamento alla circolare 15000, distribuita alla fine del 1939. Lo sbarramento era formato – da nord a sud – da 5 opere, numerate rispettivamente 1, 2, 7, 8 e 3, oltre che da una mulattiera e una teleferica di collegamento con il Col Content. All’inizio del 1940 vennero effettuate varie proposte per il rafforzamento dello sbarramento con opere in caverna, adatte a resistere ai medi calibri, data “l’importanza della posizione, per le sue caratteristiche riassuntive delle provenienze di oltre confine”, che fece ritenere “indispensabile un conveniente potenziamento sia nel senso della fronte, sia nel senso della profondità”. Tali progetti non videro alcuna concretizzazione, essenzialmente per problemi di risorse economiche.

Giunti all’abitato di Villanova, fa ancora bella mostra di sé la Caserma Monte Granero (ricovero X), dirimpetto al parcheggio alla fine della strada asfaltata. Realizzata tra il 1939 e il 1940, poteva ospitare 60 uomini. Purtroppo, lo stato di abbandono del bene, ancora in possesso del demanio militare, mostra tutta l’incuria del tempo e della mala gestione della struttura. Attraversata la borgata, l’ultima casa sulla destra, accanto alla fontana, mostrerà ancora lo scudo ed il gladio, simboli della Guardia alla Frontiera, a sovrastare il motto “Resistere ad ogni costo”.

Proseguendo, può agevolmente scorgersi, in mezzo ad un prato a sinistra, sull’altro lato del Pellice, una piccola struttura che apparentemente pare una baita, ma che avvicinandosi, attraversando il ponte in legno ed il pianoro erboso, rivela la sua natura bellica: è l’opera 8. Posta a circa 1.250 metri di altitudine sulla destra orografica del torrente Pellice, l’opera 8 è la più bassa del caposaldo Villanova. Tipica opera di tipo 7000, il suo compito era di coprire, con la sua arma di mitragliatrice, il fondovalle e le pendici del Mirabouc. In ottimo stato di conservazione, l’opera aveva l’ingresso posizionato nella parte posteriore, verso l’abitato di Villanova, ed era dotata di una porta stagna e di una fotofonica idonea a comunicare con l’abitato, ove verosimilmente era predisposta una stazione fotofonica mobile da campo. Dopo l’ingresso, un breve corridoio conduce dapprima ad un piccolo ricovero per il personale e quindi alla casamatta dell’arma, dove sono ancora visibili le guide metalliche per la mitragliatrice e varie nicchie destinate a contenere le munizioni.

Se si scende verso valle su questo lato del Pellice, seguendo una pista sterrata fino alla sua conclusione, si giunge ad un grande ripiano di roccia proprio di fronte alla borgata di Villanova. Qui è possibile rinvenire gli scavi dell’opera 8/a, l’unica opera media tipo 15000 tra quelle previste che è stata almeno iniziata: avrebbe dovuto essere armata con due mitragliatrici e un cannone anticarro e controllare tutto il caposaldo. Furono effettuati solo alcuni sbancamenti e brevi tratti di galleria (l’accesso risulta chiuso da un muro di pietra), mentre sul dosso roccioso soprastante si notano i resti di due appostamenti.

Qualora, invece, dal parcheggio posto prima dell’abitato di Villanova, si risalga la carrozzabile per la conca del Prà, appena oltrepassata la biforcazione per il pian della Crosenna, notiamo una costruzione appena sotto il ciglio della strada: questa è l’opera 7, a cui, tuttavia, si sconsiglia l’accesso a causa dell’esposizione della via per raggiungerla e delle numerose rocce crollate sopra e intorno alla struttura. Aveva la funzione di coprire con la sua arma di mitragliatrice la località Mirabucas ed era in comunicazione con l’opera 3.

L’Opera 1

Pochi passi oltre l’opera 7, dalla strada principale si dirama un ripido stretto sentierino che porta alle opere 1 e 2, autentici piccoli gioielli fortificati all’interno delle strutture del Vallo Alpino occidentale. L’opera 1 è posizionata su un costone roccioso a 1.500 metri di altitudine ed è l’unica opera di tipo 7000 di tutto il Vallo Alpino ad avere ben 6 mitragliatrici, puntate sul vallone del Rio Crosenna e sulle pendici del Mirabouc, per contrastare eventuali nemici provenienti dai valloni laterali rispetto al Colle della Croce (Colli della Malaura e dell’Urina). La struttura è disposta su due piani: quattro armi al piano superiore e due al piano terra. La parte frontale dell’opera, inoltre, non si presenta su un fronte piano, ma sfalsata, così da permettere alle armi di ogni fronte di avere campi di tiro differenti. L’ingresso è sul lato italiano e presenta alla sinistra un condotto per fotofonica idonea a permettere la comunicazione con l’opera 3, posta sull’altro versante della valle. Oltrepassato un piccolo ricovero, un breve corridoio conduce alle postazioni di mitragliatrice del piano terra, da cui, tramite due botole con scala alla marinara, si può raggiungere il primo piano con le altre quattro armi. Da segnalare, su un dosso poco sopra l‘opera 1, i resti di una postazione allo scoperto. 

Originariamente in questo sito era prevista la costruzione di una grossa opera tipo 15000 denominata 1/a, armata con 6 mitragliatrici e pezzi d’artiglieria, ma a causa di difficoltà tecnico-costruttive (parte delle bocche da fuoco avrebbero dovuto essere installate a livello del terreno e avrebbero pertanto richiesto grandi rilevati in calcestruzzo per la loro protezione), si preferì realizzare un’opera più semplice con le sole mitragliatrici e spostare la batteria in caverna a batterie mobili allo scoperto. Alle spalle della borgata Chiot sono ancora oggi rilevabili alcuni terrazzamenti, forse destinati a tale postazione.

L’opera 2, è leggermente più in basso, all’ingresso della borgata Chiot a quota 1485 metri di altitudine, sullo stesso spalto roccioso dell’opera 1, posta poco distante. Anch’essa perfettamente mimetizzata a baita e pienamente integrata, almeno visivamente, con le strutture della borgata, è ottimamente conservata ed era dotata di due armi di mitragliatrici per battere il fondovalle. Anche in questo caso l’ingresso è posteriore, sul lato italiano, e conduce ad un piccolo ricovero a cui poi si giunge alla casamatta, ove si può scorgere il condotto per la fotofonica idonea a comunicare con l’opera 3.

L’Opera 5

L’opera 3 consiste nel distinguibile blocco in calcestruzzo posto sul versante opposto della valle. Dal pianoro ove si trova l’opera 8 occorre risalire il ripidissimo e franoso crinale per giungere al malloppo in calcestruzzo, mai rivestito o mimetizzato, dotato di due armi di mitragliatrice e destinata a coprire tutto il fondovalle e le pendici del Mirabouc, coprendo anche le altre opere poste più in basso. Accanto all’ingresso, inoltre, è possibile notare ben tre condotti fotofonici, destinati alle comunicazioni con le altre opere del caposaldo (1, 2 e 7). A monte di questo bunker, lungo la dorsale che sale verso il Courbarant, erano state previste altre opere (3/a, 9, 10) in luoghi il cui accesso risulta davvero complicato: forse anche per questo motivo non ne vennero nemmeno iniziati gli scavi.

Sulla strada che da Villanova conduce alla Conca del Prà, nella zona del vecchio forte Mirabouc, la documentazione storica segnala la presenza di un’interruzione stradale (indicata con il n. 133), realizzata nei primi anni del ‘900 in un punto in cui le scarpate sia a monte sia a valle sono molto ripide. Inizialmente  creata con due fori di mina verticali profondi 2,5 metri rivestiti con tubi in ghisa in cui inserire della gelatina esplosiva, in seguito fu modificata scavando due pozzi di 4 metri di profondità con camere di mina destinate a ospitare tritolo.

Poco a valle, nei pressi delle Borgate Cairus, Rostagni e Ferrera, un altro caposaldo del Vallo Alpino si manifesta con alcune opere. Questi è, appunto, il Caposaldo Ferrera.

Nei pressi della borgata Ferrera si trova l’omonimo caposaldo della 2° linea difensiva della Val Pellice, che si componeva di tre postazioni tipo 7000, numerate rispettivamente 26-27-28. Realizzate nel 1939 e mascherate da baite di montagna, erano armate ognuna con una mitragliatrice.

La prima struttura che si incontra risalendo la strada, appena prima della borgata Rostagni in un prato sulla sinistra, è una piccola costruzione in cemento con la volta a botte addossata al crinale erboso: si tratta di un ricovero d’artiglieria, che ospitava i pezzi della 179° batteria campale armata con pezzi da 210/8, predisposta nel 1940 per rinforzare il caposaldo. Appena sopra c’è un secondo magazzino-deposito dotato di tetto a due spioventi, ancora in buone condizioni, mentre poco lontano, di fronte, sono visibili i resti di due piccoli locali di servizio. Nel boschetto appena a sud-ovest della borgata Rostagni è possibile rinvenire un terzo deposito per materiali e munizioni, di cui restano solo i muri perimetrali, mentre il tetto è stato smontato. Le piazzole della batteria, che in una carta del marzo 1940 erano indicate nei pressi del rio a est della borgata, non sono attualmente più riconoscibili.

L’Opera 26

Proseguendo, si può lasciare l’auto a bordo strada appena oltrepassata la borgata Ferrera, ma prima di attraversare il ponte in ferro sul Pellice. Qui, infatti, si dirama una strada sterrata verso sinistra: percorrendola a piedi, dopo pochi metri di salita potremo scorgere alla nostra sinistra l’opera 26, l’unica del caposaldo Ferrera ubicata sulla desta orografica del torrente Pellice, che con il fuoco della sua arma avrebbe dovuto battere la rotabile e in particolare il ponte sul torrente Pellice. E’ la classica opera di tipo 7000, con un ingresso in trincea cui si accedeva tramite una scalinata in pietra, con un piccolo locale destinato a ricovero e la casamatta della mitragliatrice. La cannoniera non è dotata di piastra di protezione corazzata, ma i 4 spigoli della feritoia sono protetti da una copertura angolare in acciaio. Si rinviene, inoltre, il vano per una fotofonica (mai installata), che avrebbe permesso le comunicazioni con l’opera 27 ubicata sul lato opposto della vallata, dall’altra parte del Pellice. Nei pressi della struttura è ancora visibile una postazione all’aperto protetta da muri in pietra.

L’opera 27 è, invece, ben visibile dall’altra parte del ponte. Attraversato questo, si sale di due curve, oltrepassando la borgata Cairus (ove è ancora leggibile un motto fascista sulla facciata di un’abitazione) e dritto davanti a noi al tornante a sinistra si presenterà ben visibile l’arma di mitragliatrice dell’opera, cui si giunge con un viottolo di pochi metri.  La mimetizzazione della struttura è mirabile, tanto che rimane ancora oggi ben visibile un falso comignolo in pietra sul tetto in lose, poste come rivestimento al bunker in cemento mascherandolo da baita. All’interno, oltre all’arma per mitragliatrice, si possono ancora notare i due scomparti che avrebbero dovuto ospitare gli apparati per le comunicazioni con le postazioni 26 e 28. Dalla struttura diparte una lunga scalinata in pietra che giunge ad alcune postazioni all’aperto da cui si domina agevolmente la bassa valle, nonché la strada che scende da Villanova.

Tornando sulla strada, la si percorre per alcune decine di metri salendo in direzione Villanova e a destra, sul costone sopra la strada, si potrà notare, sempre mimetizzata da baita, l’opera 28, posta alla stessa quota della 27. Il centro di fuoco è praticamente gemello delle altre due opere del caposaldo e si compone di un piccolo corridoio che conduce all’arma di mitragliatrice pronta a battere la strada ed il fondovalle. Una curiosità dell’opera è data dagli scomparti che avrebbero dovuto ospitare le fotofoniche (anche qui mai installate). Come abbiamo visto la postazione 26 aveva un condotto puntato verso la postazione 27 e quest’ultima aveva due condotti, l’uno destinato alle comunicazioni con la 26 e l’altro con la 28. La postazione 28, tuttavia, anziché presentare una sola fotofonica verso la 27, come sarebbe logico, ne presenta anche un’altra verso la postazione 26, la quale non era però adibita a ricevere comunicazioni visive da tale posizione!

L’Opera 27

Nel 1940, per dare maggiore robustezza alla linea difensiva, vennero previste tre nuove opere tipo 15000, la 26/a, la 27/a e la 28/a, pensate per resistere ai medi calibri. Della prima, che avrebbe dovuto sorgere a sud-est dell’opera 26, non sono state trovate tracce; l’unica struttura individuata è una postazione di osservazione vicino alla loc. Ciappelet, dalla quale si domina tutto la zona del caposaldo. Per raggiungere l’opera 28/a occorre invece salire dal lato opposto della valle, prendendo lungo la strada provinciale il bivio a destra che conduce alla borgata Eyssart, e poi proseguendo lungo un evidente e ripido sentiero alle spalle delle case, fino a giungere su un versante da cui si dominano sia l’alta che la bassa valle. Qui si trovano gli scavi dell’opera 28/a: si possono esplorare due vaste gallerie scavate nella roccia viva, posizionate a quote diverse e individuabili dall’esterno grazie ai cumuli di materiale estratto posto agli imbocchi (uno dei quali è chiuso da un muro in pietra). Lungo le gallerie si aprono i ripidi cunicoli che davano accesso alle postazioni di tiro. Poco più a valle, sul versante di fronte alla borgata Rostagni, immersi nella vegetazione (e pertanto difficilmente raggiungibili) si trovano gli scavi dell’opera 27/a, sostanzialmente simili ai precedenti. I lavori di scavo per queste due opere iniziarono nel giugno del 1940 e risultarono praticamente ultimati nell’ottobre dello stesso anno. Nel corso del 1941 non vennero però eseguiti ulteriori lavori (rivestimenti, gettate, arredi, ecc.), perché l’amministrazione militare era indecisa sulle modifiche da apportare alle strutture. L’opera 27/a prevedeva due mitragliatrici e avrebbe dovuto essere sede del comando del caposaldo, mentre la dotazione della 28/a era di tre mitragliatrici.

Proseguendo sul sentiero a monte della borgata Eyssart, prima di arrivare alle baite di Pra del Cros si raggiunge la zona dove era stata installata un’altra postazione provvisoria per artiglierie da 75/27, indicata in una carta del marzo 1940. Qui era probabilmente schierata la 351° batteria.

Infine, nei pressi della località Autagna, sul versante in destra orografica del torrente, si possono ancora trovare i resti di alcune strutture al servizio della 180° batteria G.a.F., armata con pezzi da 210/8. Gli edifici (le cui coperture sono state smontate) sono molto simili a quelli nei pressi della borgata Rostagni: una grande struttura quadrangolare con grandi portoni di accesso era utilizzata come ricovero d’artiglieria. Gli ampi terrazzamenti presenti in zona, oggi difficilmente riconoscibili a causa della vegetazione, erano probabilmente le piazzole destinate a ospitare i pezzi della batteria. Altri due magazzini-depositi (oltre a un piccolo locale di servizio, ormai crollato) sono posizionati poco più a sud, all’inizio della mulattiera militare, in parte ancora conservata, che sale fino al Colle Barant. Se si risale tale mulattiera fino alla località Castellus, a 1.640 metri di quota, si rinvengono i pochi resti di un piccolo ricovero, oltre a un masso con molte incisioni. Una carta del marzo 1940 indica in questa zona la presenza di una batteria di 6 mortai da 45.

Un altro salto nel passato aspetta poi lo scopritore di opere fortificate che discenda ulteriormente in direzione Bobbio Pellice. Questo poiché, presso la borgata Cestel o Ciastel o – appunto – Castello, si incontrano i resti dell’antico Castello dei Bigliori.

I resti del castello dei Bigliori di Luserna si trovano poco oltre il centro abitato di Bobbio Pellice, appena attraversato il vallone del Cruello (Crϋel), in una borgata che si chiama ancora oggi Ciastel (o Ciëstel, secondo alcune vecchie fonti). Il nome ricorda, infatti, la parola “castello” e fa riferimento all’antico maniero dei conti Bigliori, un ramo cadetto dei più potenti Manfredi di Luserna.

Il Garola, allorquando tratta di Bobbio Pellice, spiega come “eravi da antichissimo tempo sù di un poggio a ponente il suo castello, detto ancor oggidì region del Ciastel, riguardava sull’erta la strada e sul poggio in basso la vila di Bobbio, nel 1549 da Francesi dominanti la Valle atterrato. Era abitato dai conti Bigliori, che vi edificaron poi altre dimore loro a Sibaud o Sinibaldo dal nome d’un dei feudatari.”

La struttura, di cui è ancora ben visibile l’ubicazione, era protetta su due lati dal Cruello e dal Pellice, che scorrono ai piedi del promontorio roccioso. Proprio secondo il Garola, se non si conoscono fonti circa le origini della struttura (probabilmente anteriore all’anno 1159), vi sarebbero fonti storiche documentali che ci informano che il castello venne fatto distruggere nel 1549 per ordine del Governatore Caracciolo di Melfi.

Tuttavia, permangono leggende secondo cui la distruzione dell’edificio avvenne per altre cause: si dice infatti che un tempo il proprietario del castello (secondo la leggenda, il Conte Billour) si fosse convertito al protestantesimo, al contrario del resto della famiglia di conti che erano fedeli alla Chiesa Cattolica e a Roma. Si narra che nelle segrete del castello il conte si mescolasse ai popolani per ascoltare il Vangelo predicato dai barba valdesi, nei culti che si tenevano di nascosto lì. La famiglia del conte si era però insospettita ed un giorno mandò a Bobbio Pellice dei soldati perché lo arrestassero e distruggessero il suo maniero. La triste fine del Conte Billour fu di essere imprigionato nelle torri del castello di Luserna, dove patì fame, sete, freddo e da dove non uscì mai più. La famiglia del conte decise di cancellare in questo modo l’onta di un parente eretico: così erano chiamati dalla Chiesa di Roma coloro che non seguivano la religione cattolica e, nel Piemonte, erano così detti i Valdesi.

Così, al giorno d’oggi del conte Billour è giunta soltanto la leggenda, mentre del castello dei Bigliori sono sopravvissuti pochi resti sul poggio roccioso che dalla borgata Cestel sovrasta Bobbio Pellice.
Invero, pare che tale leggenda altro non fosse che una storia narrata dalle popolazioni locali per narrare l’oppressione inquisitrice di Roma e dei signori cattolici. La distruzione del castello, invece,
pare avvenne proprio come menzionato dal Garola e anche il Bollea, allorquando ricostruisce la storia di Bricherasio, specifica come il principe napoletano Giovanni Galeazzo Caracciolo di Melfi, governatore del Piemonte per conto del Re di Francia, ordinò, in data 9 gennaio 1549, al Capitano Angelo de Pedemonte, la distruzione del resto del castello di Bricherasio e inoltre delle fortezze della Torre, di Bobbio e di Lucerna; e dal momento che nessun altro castello pare fosse esistente a Bobbio Pellice se non quello del Ciastel, è inevitabile concludere che il castello distrutto nel 1549 fosse proprio il castello dei Bigliori.

Infatti, altro castello sarebbe esistito in Bobbio Pellice, in località Sibaud, ma è lo stesso Garola a dirci che tale ultima dimora sarebbe stata abitata dai Bigliori in seguito al 1549. D’altra parte, di tale struttura al Sibaud non v’è alcuna traccia, se non l’indicazione di una “via al castello”, che ancora oggi conduce dalla strada principale del paese al monumento del Sibaud.

I resti del Castello

Scendendo insieme al torrente verso valle, c’è ancora il tempo, una volta oltrepassati Bobbio Pellice e Villar Pellice, di imbattersi nei bunker dello Sbarramento arretrato di Villar Pellice, nuovamente nell’ambito delle opere novecentesche del Vallo Alpino. Queste, seppur seguano il tratto finale del rio Rospard, si affacciano direttamente sulla confluenza con il Pellice, motivo per cui meritano una menzione.

Il sistema difensivo arretrato della Val Pellice era stato progettato a valle di Villar Pellice ed era composto da 4 opere tipo 7000, protette alla prova dei piccoli calibri, numerate 201, 202, 203 e 204, armate complessivamente con 2 cannoni anticarro e 6 mitragliatrici, e da un muro anticarro (poi non realizzato), che avrebbe dovuto sbarrare la discesa di mezzi armati provenienti dall’alta valle. A completamento dell’ostacolo erano state predisposte due camere di mina per eventuali interruzioni stradali: la prima avrebbe fatto crollare il ponte sul Rio Rospart (interruzione XVIII/13) per bloccare le numerose strade che tra Villar Pellice e Chabriols scendono nel fondovalle. La seconda (interruzione XVIII/14) era predisposta nel muraglione di sostegno stradale compreso tra l’abitato di Villar ed il ponte, pronta ad ostacolare le possibilità di aggiramento per Ciarmis.

I lavori, definiti “urgentissimi”, vennero cominciati all’inizio del 1939 e terminati alla fine di novembre dello stesso anno. La soluzione adottata non soddisfaceva però completamente lo Stato Maggiore, ma non esistendo nella bassa Val Pellice una stretta tra pareti a picco difendibili con due o tre armi, si dovette provvedere ad una sistemazione difensiva coprente una larghezza complessiva di oltre 500 metri, con un inevitabile aumento dei costi ed una minore sicurezza.

L’opera 203

L’opera 201 si trova vicina al letto del torrente Rospart e per raggiungerla occorre prendere a piedi il sentiero che risale verso la borgata Ciarmis dal ponte della strada provinciale che attraversa proprio il Rospart, prima dell’ingresso nell’abitato di Villar Pellice. Dopo la salita iniziale si giunge ad un piano erboso sul retro del muro di cinta della casa alla vostra destra. Risalite ulteriormente per qualche decina di metri la stradina e nel successivo piano erboso potrete scorgere all’estrema sinistra, verso il torrente, i camini d’aereazione in ferro spuntare dal terreno. Dirigetevi in quella direzione attraversando il prato e scendete il sentierino verso il torrente. Da qui dovreste riuscire a scorgere agevolmente l’ingresso dell’opera, purtroppo colmo di rifiuti. La struttura si compone di un piccolo corridoio conducente a due centri di fuoco per mitragliatrici puntate verso il torrente e verso il ponte della provinciale sottostante.

L’opera 202, invece, si trova proprio accanto alla provinciale, risalendo la Val Pellice. Prima di giungere a Villar Pellice, infatti, v’è una curva verso destra che permette alla strada di piegare verso il ponte sul torrente Rospart. Al centro della curva, sul prato sovrastante il lato destro della strada, si può scorgere l’opera 202. Questa è posta in un terreno privato e l’ingresso dà proprio sui cortili delle abitazioni, essendo, tuttavia, ben visibile l’arma di mitragliatrice puntata verso la strada con un cartello segnaletico di pericolo appeso in malo modo. L’opera, molto semplice nella sua struttura, consta di un breve corridoio che rapidamente conduce ad una bocca per mitragliatrice e ad una per pezzo anticarro, puntate verso il fiume Pellice e la strada proveniente dall’alta valle. È presente inoltre la predisposizione per un collegamento  fotofonico con l’opera 204.

L’opera 203 si trova, invece, dalla parte opposta della provinciale, tra la strada ed il fiume Pellice. Prima di entrare nell’abitato di Villar Pellice, pressappoco dirimpetto all’opera 202, si incontra, sulla sinistra, la borgata Praferrero, cui si giunge imboccando la deviazione prima del pilone votivo. Tra le case della borgata, nell’aia centrale, si può scorgere in direzione del fiume Pellice, la scalinata in cemento che fa da ingresso all’opera, consistente in una postazione per mitragliatrice ed una per pezzo anticarro battenti sul fiume. Anche questa è in terreno privato e collegata visivamente l’opera 204.

L’opera 204 copriva l’altro versante del fiume Pellice e, pertanto, occorre attraversare il fiume per trovare, lungo i boschi vicini alla sponda, sempre all’altezza della confluenza con il Rospart, questa piccola opera mimetizzata da meira in lose. Anche quest’opera è dotata di due mitragliatrici, una per battere l’alta valle e una per il letto del fiume, incrociando il fuoco con le altre postazioni. Si può notare la predisposizione per l’apparecchio da utilizzare per le comunicazioni con le opere 202 e 203. 

Prima di entrare in Villar Pellice, appena oltrepassato il ponte, lungo il parapetto in muratura si può scorgere un appiglio in ferro a forma di “U” capovolta. Da qui parte una scala alla marinara che scende fino a raggiungere alcune porte in ferro, che danno accesso a delle camere da mina idonee a far saltare la strada in caso di invasione nemica.

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